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La cacciata di Lama dall'università: testimonianze #1

— Inviato da nessuno @ 16:09

Un compagno del movimento:

"Della giornata in cui Lama fu cacciato dall'universitá io ho un ricordo molto brutto. Mi é rimasta nella mente un'immagine: un compagno del movimento che durante il fuggi-fuggi del servizio d'ordine del Pci aveva in mano un martello e ha cominciato a rincorrere uno di quelli del servizio d'ordine del Pci, poi si é fermato, é tornato indietro, si é messo a piangere e si é abbracciato con dei compagni. É stato un momento di psicosi collettiva. Era la prima volta che c'era stato uno scontro cosí duro, che non era stato solo uno scontro ideologico, ma uno scontro fisico pesante.

Effettivamente da parte del Pci c'era stata una provocazione esplicita. Non ci sono dubbi sul fatto che voleva a tutti i costi ristabilire l'ordine nell'universitá, non fosse altro per il fatto che era venuto lí con un servizio d'ordine molto ben strutturato e pronto sia psicologicamente che fisicamente a affrontare una situazione di scontro. Credo che tutti i compagni l'abbiano vissuta male quella giornata. Il servizio d'ordine del Pci aveva una chiara volontá di scontro, c'erano alcuni di loro che hanno subito cominciato a provocare pesantemente. Praticamente ci siamo trovati schierati su due fronti. Loro erano entrati in forze giá la mattina presto e si sono messi dalla parte sinistra, dove sta giurisprudenza, mentre i compagni stavano di fronte, dall'altra parte.

Finché c'erano questi schieramenti divisi e finché Lama ha cominciato a parlare non é successo niente di grave. C'era solo una contestazione verbale molto forte da parte dei compagni del movimento, soprattutto da parte degli indiani metropolitani. Dopo c'é stata una risposta molto violenta da parte del servizio d'ordine del Pci, che ha cominciato a farsi avanti facendo provocazioni piuttosto evidenti.

Io sono sicuro che c'era qualche caso di padre e figlio che stavano uno da una parte e l'altro dall'altra, schierati sui fronti diverse. Quello che é successo lo puoi leggere anche in chiave di scontro generazionale, di culture diverse che arrivavano allo scontro, e c'é di mezzo anche un fatto umano pesante. Erano dei contrasti che poi magari avevi anche a casa tua con tuo padre. Insomma finalmente eri arrivato a prenderti a schiaffi con tuo padre, finalmente e peró anche drammaticamente.

L'impatto psicologico é stato fortissimo, non si trattava di un semplice scontro di linee politiche differenti, dietro c'erano dei problemi molto piú grossi, come per esempio la figura del Pci che é la figura del padre dell'ideologia che ti dovrebbe coprire e che invece ti tradisce.

Erano anni che ti stava tradendo, ti ha tradito con la legge Reale, poi ti ha tradito con progetti politici assurdi, che non poteva mai e poi mai condividere: il governo delle astensioni, la filosofia dell'austeritá e dei sacrifici, il compromesso storico in una parola, e non é che queste cose poi non avessero dei risvolti pratici.

Poi c'é Lama che arriva lí all'universitá con il suo megafono, anzi megamegafono, con il suo impianto di amplificazione assordante e comincia a parlare in questa roba roboante, con una potenza tale di suono, di frastuono che nessuno, anche se avesse voluto, avrebbe potutoascoltare quello che stava dicendo.

Il movimento in quel mese non si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su una rete di cento comunicazioni diverse, che erano i cento linguaggi diversi, che erano i cento messaggi diversi incrociati tra di loro, come per esempio le scritte sui muri dell'universitá, che loro del Pci hanno cancellato con prepotenza. All'universitá, durante l'occupazione nessuno voleva affermare la sua volontá sugli altri, perché tutti si confrontavano non solo nelle assemblee ma anche facendo scritte di tutti i tipi e nessuno diceva io qui sono egemone, anzi la prima cosa che ha fatto il movimento é stata quella di affermare con molta chiarezza e determinazione che non si volevano partiti guida o tentativi di egemonia da parte di nessuno, né singolo né gruppo.

Invece Lama viene lí e quello che fa é dire: io vengo qui, prendo un megafono grande cosi e faccio il mio discorso che é un discorso che deve coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi, perché lui non é venuto lí a confrontarsi col movimento, é venuto lí a imporsi. Ecco, questo é stato subito chiaro a tutti i compagni del movimento, questo tutti quanti i compagni lo hanno vissuto subito come un atto autoritario, illegittimo, prepotente, violento, in linea con tutto quello che il Pci aveva giá detto e fatto fino a quel momento nei confronti del movimento.

Non hanno voluto assolutamente che ci fosse il confronto, infatti non hanno accettato che i compagni del movimento potessero intervenire dopo il comizio di Lama, non hanno accettato nemmeno questa minima condizione. Lama é venuto lí dicendo: parlo io e basta. Volevano, con quello che facevano, costringere quelli che stavano lí a seguire un comportamento, una cultura che non avevano piú nessuna logica.

Ricordo che Lama a un certo punto del suo comizio disse una cosa tipo "gli operai nel' 43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi e voi adesso dovete salvare le universitá perché sono le vostre fabbriche". É chiaro che quello che diceva non c'entrava niente con quello che succedeva.

Allora io ho pensato, tutti hanno pensato, ma perché tu devi venire qua e devi dirci queste cose che con noi, che con questo movimento non c'entrano piú niente? Perché la veritá é che tu non capisci piú niente e pretendi di pormi l'ultimatum: o sei con me o sei contro di me.

Quella mattina io ero arrivato all'universitá molto presto e c'erano giá lí quelli del servizio d'ordine del Pci e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca che stavano cancellando le scritte che avevamo fatto sui muri esterni delle facoltá. C'erano degli uomini in tuta con dei pennelli e dei secchi di vernice bianca che coprivano le scritte. Lavoravano a squadre, c'era un silenzio allucinante.

Quello che ho immediatamente realizzato é stato che quello che copriva le scritte era uno che mi rompeva i coglioni. Su Lama, sul '77 poteva succedere di tutto, io la pensavo in un modo, altri in altri modi ma non tolleravo uno che mi rompeva i coglioni, uno che di prepotenza veniva lí e cancellava le scritte, anche se su quelle scritte io magari non ero d'accordo. Il fatto é che in quella cosa, in quello che stava facendo, lui non era diverso dal primo poliziotto che ti capita di incontrare. Quello che stava facendo cancellando le scritte era un atto di violenza incredibile. E poi quelli li identificavi subito come gente che con l'occupazione non c'entravano niente, potevano essere tuo padre, era proprio tuo padre che veniva lí a riportare l'ordine, i papá con le panze. C'era una scritta che diceva: "I Lama stanno nel Tibet" e uno di questi del Pci gridava incazzato: ma che cosa vuol dire? ma questi che cosa vogliono dire? Allora un compagno del movimento che era lí gli ha detto: vuol dire tutto e vuol dire niente, vai a chiederlo a chi l'ha scritto invece di cancellare senza neanche sapere perché, ma tu perché cancelli? ma chi sei?

Quelli del servizio d'ordine del Pci li vedevamo come persone adulte, come persone grosse, manovali, edili, gente che non c'entrava un cazzo. Mi ricordo che molti avevano gli impermeabili scuri e gli ombrelli, e mi ha colpito il fatto che nessuno di noi aveva gli ombrelli anche se piovigginava. L'ombrello era come la pipa. Li sentivi estranei, non c'era niente da fare. Quando sono scoppiati gli scontri ho visto lí in mezzo teste spaccate. Ma prima giá questi del Pci dicevano: "sti figli di mignotta, in Siberia li dobbiamo mandare". Uno di questi io lo conoscevo, allora gli ho detto: ma abitiamo a cento metri, ma dove vuoi mandarmi?

Il palco di Lama era montato su un camion parcheggiato nel piazzale. In prima fila, di fronte al servizio d'ordine del Pci, ci sono gli indiani metropolitani che hanno innalzato su una scaletta un palchetto tipo carroccio con un fantoccio in polistirolo e dei cartelli a forma di cuore con su scritto: "Vogliamo parlare" e "Lama o non Lama, non Lama nessuno". Hanno visi dipinti, asce di gomma, stelle filanti, coriandoli, palloncini e qualche busta d'acqua che gettano sui componenti del servizio d'ordine del Pci scandendo slogan ironici: "Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci", "Piú lavoro, meno salario", "Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú baracche, meno case", . "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia",. A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si é vista alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio d'ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d'ordine del Pci é venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli del Pci sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana.



Ho visto i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate.

É stato scioccante per tutti vedere quei compagni conciati cosí, e quando il servizio d'ordine del Pci é tornato indietro verso il palco c'é stata la controcarica dei compagni del movimento che si erano armati con quello che avevano trovato lí sul momento.

C'é stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c'era la nostra gente con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama é stato capovolto, distrutto. In quel momento c'é stata la sensazione che qualcosa si era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo la fidanzata che era della Fgci e in quel momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i miei affetti. Quello che stava succedendo in quel momento era chiaro: il sindacato e il Pci ti venivano addosso come la polizia, come i fascisti. In quel momento era chiaro che c'era una rottura insanabile tra noi e loro. Era chiaro che da quel momento quelli del Pci non avrebbero piú avuto diritto di parola dentro il movimento.

Avevano cercato, avevano voluto lo scontro per giustificare la teoria secondo la quale col movimento non si poteva dialogare. Quel giorno per loro vincere o perdere era la stessa cosa, non avevano piú niente da perdere perché ormai l'universitá occupata l'avevano giá persa, l'universitá era ormai un fortino del movimento che loro dovevano espugnare in qualsiasi modo, ogni modo di "liberarlo" per loro era buono.

Dovevano salvarsi la faccia rispetto alle istituzioni democratiche affermando che noi non solo non eravamo loro figli legittimi, ma addirittura eravamo dei fascisti. Dovevano ribadire la loro capacitá di gestire la situazione e che loro erano il partito della classe operaia e dei proletari, gli unici garanti e mediatori, gli unici rappresentanti ufficiali in ogni conflitto. La loro logica era: se scoppia un casino lo gestisco io sennó é merda."


"Se Lama crede..."

— Inviato da nessuno @ 15:51

"Se Lama crede di venire all'università per fare un'operazione di polizia, il movimento saprà rispondergli in modo adeguato. Nel caso contrario, sfidiamo Lama a rendere conto della linea del compromesso sindacale agli studenti in lotta".

(dalla MOZIONE del COMITATO DI LETTERE DELL'UNIVERSITA' DI ROMA)

 


Coda di lupo

— Inviato da nessuno @ 15:39

Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei sui fatti tuoi
e al dio degli inglesi non credere mai.

E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in "Coda di lupo"
cambiai il mio pony con un cavallo muto
e al loro dio perdente non credere mai

E fu nella notte della lunga stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai.

E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai
e al dio della scala non credere mai.

Poi tornammo in Brianza per l'apertura della caccia al bisonte
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
- Per la caccia al bisonte - disse - Il numero è chiuso.
E a un Dio a lieto fine non credere mai.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma, a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'università
dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace
e a un dio fatti il culo non credere mai.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria

e a un dio
e a un dio
e a un dio
e a un dio senza fiato non credere mai.

 (Continua)

"L'unità"

— Inviato da nessuno @ 15:30

Il quotidiano del Pci affronta la contestazione del ‘77 alla maniera del “Corriere” di Spadolini. E’ la conseguenza del passaggio del Pci nell’area governativa. Anche se privo di incarichi ministeriali, il partito di Berlinguer si accolla la responsabilità di tenere a freno l’antagonismo sociale. E’ un ruolo che sono in molti a contestargli. Scrivono i giovani del Movimento, rivolgendosi al dirigente comunista Ugo Pecchioli (Pekkioli per gli autonomi), che li aveva duramente criticati per gli scontri di Piazza Indipendenza: 

  (Continua)

Uno strano movimento di strani studenti (febbraio)

— Inviato da nessuno @ 16:35
Il ministro della Pubblica Istruzione Malfatti il 3 dicembre '76 emana una circolare che vieta agli studenti di fare piú esami nella stessa materia, smantellando di fatto la liberalizzazione dei piani di studio in vigore dal '68. Questa iniziativa viene immediatamente intesa dagli studenti universitari come la prima mossa in vista di altri e ben piú gravi provvedimenti di controriforma. Il senato accademico di Palermo decide di applicare immediatamente la circolare provocando la reazione degli studenti che danno il via all'occupazione dell'ateneo. (Continua)

Dai circoli romani

— Inviato da nessuno @ 21:22

E’ passato anche il Natale…
Una “festa” che doveva unire tutti, ricchi e poveri, padroni e sfruttati, chi non ha mai fatto sacrifici e chi ha sacrificato tutta la sua vita.
E’ stato un Natale di sacrifici per i proletari e di arrogante ostentazione del lusso per i borghesi.
Anche il 1976 se ne va…i borghesi si preparano ad inaugurare, con il Capodanno ’77, un anno di sacrifici per i proletari.
Ma…

I GIOVANI RIFIUTANO I SACRIFICI!!

Vorrebbero relegarci nei ghetti che ci hanno costruito, fra le grige mura di una casa a vivere la nostra disperazione individualmente, a passare una notte secondo i modelli di “divertimento” che vogliono imporci e a sentirci paurosamente soli con l’unica speranza che l’anno nuovo sia “migliore”.
Ma noi sappiamo che la speranza va riconquistata giorno per giorno, collettivamente.
Vogliamo riprenderci tutto quello che ci hanno negato, vogliamo riprenderci la vita, gli spazi per stare insieme, la natura, la terra, il mare, il cielo e i mille dì che verranno!!

NON RESTEREMO NELLE NOSTRE “RISERVE”!!

Questa volta il Capodanno sarà una notte di festa e di guerra!!
DI FESTA: perché abbiamo bisogno di stare assieme, di sentire il nostro calore, di trovare collettivamente la voglia di lottare per cambiare noi stessi e il mondo, per vincere la disperazione e organizzare il sogno.
DI GUERRA: perché non siamo disposti a sacrificare la nostra vita, la nostra fantasia, per i padroni. E vogliamo urlarlo nei loro cervelli, con tutta la nostra disperazione, con tutta la nostra gioia di vivere!

I tam-tam dei circoli giovanili chiamano a raccolta tutte le tribù dei giovani, emarginati, disoccupati, apprendisti, “drogati”, militanti e militanti, i vecchi e i bambini, gli animali per la festa della nuova luna!

TUTTI A PIAZZA FARNESE IL 31 DICEMBRE

PORTIAMO TUTTI I COLORI DELLA NOSTRA FANTASIA  E DELLA NOSTRA RABBIA, DELLA NOSTRA CREATIVITA’!
E ANCHE VERNICI, PENNELLI, STRUMENTI MUSICALI, TORCE, PANETTONI, SPUMANTI, E…

 

I CIRCOLI GIOVANILI

 

Roma, 30 Dicembre 1976
Cip via dei Latini 80


Un altro '68

— Inviato da nessuno @ 18:53

C'è mozione e/mozione.

Il potere non è

solo dove si prendono

decisioni orrende

ma dovunque il discorso

rimuove il corpo la rabbia

l'urlo il gesto di vivere.

 

Il linguaggio

delle assemblee ordinate dove l'ordine

del discorso riproduce

l'ordine (per rispettarlo) delle cose.

 

Dicono i grigi cadaveri

della politica-cultura-egemonia:

il pericolo della DISGREGAZIONE.

 

Disgregazione è la vita

che esce dalle ordinate

catene della famiglia

del lavoro del tempo

destinato alla fabbrica.

Quello che qui esplode

è la ricchezza compressa

di forze sociali nuove

che nella forma stessa

della loro esistenza

rompono l'ordine orrendo

del ciclo prestazione/

riproduzione del corpo/

prestazione valore

 

Quello che qui esplode

è la sessualità-gesto-segno

che interrompe il linguaggio

codificato, chiuso,

nella catena di montaggio-

comprensibilità.

 

Il percorso complesso

del soggetto in liberazione

passa altrove, non dentro

al ciclo comprensibile

delle mozioni-assemblee.

 

Il desiderio si fa

qui movimento.

Per questo si è già oltre

il '68. Non vedi

qui gli studenti ma vedi

il soggetto che passa

a/traverso gli ordini dati

e separati: fabbrica scuola cultura.

IL DELITTO PAGA.

Disgregazione, proletariato che incarna

nella propria esistenza

il rifiuto di ogni

innocenza: lavoro-salario

lavoro-salario-lavoro

sempre ancora lavoro?

 

(1977)


Il recupero di una consapevolezza

— Inviato da nessuno @ 18:39

(...)

Il recupero di una consapevolezza storica del passato comporta una miscela difficile da equilibrare tra conoscenza critica e continuismo: non a caso proprio il movimento del '77, per molti versi il piu' paragonabile con la realta' dei centri sociali, aveva teorizzato il rifiuto del rapporto con il passato, con una percezione del tempo che si basava sulla distruzione della linearita' e del continuum passato- presente-futuro.

(...)

"il filo rosso della memoria", frase culto degli anni '60 e dei primi '70, é agli antipodi della cultura di gran parte del movimento del '77 che operava invece proprio la definitiva laverazione del "caro filo rosso della memoria", non riconoscendo piu' ne' padri, ne' fratelli maggiori, ne' tradizioni, ne' esperienze comuni, frantumando definitivamente le modalita' dell'agire politico, gli album di famiglia, gli orgogliosi sensi di appartenenza, lasciando una piccola parte di inguaribili nostalgici a dibattersi con tradizioni, memorie, alberi genealogici (...).

(MARCO GRISPIGNI - SULLA SOGLIA DEL NOMADISMO in COMUNITA' VIRTUALI I CENTRI SOCIALI IN ITALIA - MANIFESTO LIBRI 1994).


In questo clima...

— Inviato da nessuno @ 16:36
"In questo clima, mentre si passa dal '76 al '77, la vita quotidiana della libreria registra trasformazioni considerevoli. I giovani del movimento '77 si mischiano con i vecchi militanti, le componenti libertarie e situazioniste si rinnovano e si diffondono. A fianco poi c'è l'estensione generalizzata delle pratiche femministe che dopo e durante la sperimentazione dei gruppi di autocoscienza si dotano di giornali, riviste, sedi proprie. 

Certamente l'emergere delle tematiche femministe contribuisce a dare il colpo definitivo ai gruppi verticali. Molte militanti uscirono dalle organizzazioni e altre rimasero all'interno ma anche queste ultime con profonda e rinnovata autonomia. Tutto ciò che riguardava l'autorità maschile sia in politica che nel privato venne rimesso in discussione dalle fondamenta. La battaglia contro i ruoli produsse sfracelli sia in politica che tra le coppie dei compagni. 

Ci furono moltissime separazioni con conseguenze spesso drammatiche sulla vita dei militanti maschi. In realtà la gran parte della politica militante era stata fortemente caratterizzata da un maschilismo strisciante, o di contenuti, e la rivolta delle donne trovò gli uomini totalmente impreparati a fronteggiare queste nuove identità.

Comincia così in Calusca una processione di compagni più o meno giovani che hanno in crisi la coppia e di conseguenza fanno un uso accelerato di psicoanalisi e di testi sulla sessualità per capire dove diavolo vanno a finire o meglio che cosa è successo alle loro esistenze private investite dal ciclone femminista. E' un periodo, e durerà molto, di grande malessere per gli uomini. 

Il '77 sarà dunque un anno assolutamente faticosissimo da vivere in libreria. Faticoso proprio nei rapporti interpersonali quotidiani anche se, come riscontro, vi è una grande ricchezza derivata dall'inquietudine e dalla ricerca di nuove vie e di nuove culture. In questo quadro ci sono i drammatici scontri di Bologna, la grande e violenta manifestazione di Roma e le prime sperimentazioni dei nuovi modelli repressivi prodotti dai governi di unità nazionale. Partono cioè i vari teoremi che fanno un tutt'uno della complessità del movimento, che tentano di appiattire le culture politiche sulla tematica del complotto unitario o del fiancheggiamento degli allora ultra-minoritari gruppi armati. In prima fila a soffiare sul fuoco o a gestire direttamente la repressione è, come avevamo previsto, il PCI, oramai nell'area governativa. Partono così le prime incriminazioni per associazione sovversiva a Bifo e agli altri di Bologna, viene chiusa manu militari Radio Alice e Toni Negri si rifugia una prima volta in Svizzera perché inquisito anche lui per una fantomatica associazione sovversiva. 

Il PCI usa tutta l'efficacia dei propri mezzi di comunicazione e tutta la forza che ha in fabbrica per criminalizzare qualsiasi cosa si muova alla sua sinistra. Famosi sono per esempio i questionari distribuiti dalle varie federazioni del PCI nelle fabbriche e nei quartieri. Il loro contenuto era un vero e proprio invito alla delazione, a denunciare cioè attraverso la cultura del sospetto chiunque non rientrasse nella linea di collaborazione con il PCI stesso. In questa direzione si può dire che più che la classe operaia che si fa stato di berlingueriana memoria, si determina piuttosto il PCI che si fa magistratura e forza di polizia. Nella pubblicistica ufficiale comunista e democristiana (ma anche degli altri partiti), il pentitismo e la delazione diventano categorie e valori morali. 

Le conseguenze, nel tempo, sul piano della cultura giuridica e in genere degli universi etici del paese saranno terribili e i suoi esiti sono fin troppo evidenti ancora oggi. Tornando a quegli anni, personaggi come Pecchioli e Violante sono i diretti ispiratori dei magistrati inquirenti e il sistema politico sembra voler delegare alla magistratura il ruolo vicario del parlamento mentre nelle aule dei tribunali si consumeranno qualche anno dopo autentiche infamie giuridiche. 

Avviene nei fatti il passaggio, intuito precedentemente, dalla strategia della tensione alla politica dell'emergenza. Tutto ciò che non rientra nella compatibilità del sistema viene sussunto dentro la categoria di emergenza per essere represso o intimidito. Vengono effettuate in continuazione moltissime perquisizioni in tutta Italia: a me smontano sette o otto volte la casa e la libreria. Perquisire la libreria era poi un problema perché ci volevano giorni interi di lavoro: c'era una montagna di carta da esaminare e quindi, regolarmente, arrivavano 10 carabinieri che per ore si mettevano a cercare documenti sovversivi."

(PRIMO MORONI - "Ma l'amor mio non muore")


Lavoro-non lavoro...

— Inviato da nessuno @ 16:15

"I giovani dei Circoli, ma più in generale il movimento del '77, avevano un universo socioculturale diverso. Non credevano più nella fabbrica, facevano il possibile per non andarci (anche se più tardi molti di loro vi saranno costretti), diffidavano fortemente della politica e realizzavano preferibilmente i loro universi vitali all'interno delle compagnie di quartiere, dei piccoli gruppi in cui erano cresciuti e di cui si fidavano. Prima era un punto di onore andare in fabbrica: il massimo era l'essere laureati ma fare lavoro politico in fabbrica o addirittura andare a fare l'operaio. 

 (Continua)

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