prendre parti

marzo settantasette. Uccidono Francesco.

— Inviato da nessuno @ 17:19

francesco

ho guardato la morte negli occhi
ho provato a combatterla sulla piazza
con le barricate, le molotov, i sampietrini
ho amato ogni sasso tirato
ogni compagno con la faccia chiusa
come un'ostrica da un fazzoletto rosso
ho riso, sono stato triste, ho urlato, ho pianto
con tutti e come tutti
uno degli altri
e adesso Francesco é
ancora lí
morto
e non so piú cosa farci.

VENERDI' 11

UCCIDONO FRANCESCO


Chopin sulle barricate

— Inviato da nessuno @ 16:56
Trascinato sulla strada
fra due barricate
si trova stupito
a suonar note
piú calde, piú dolci.
Il mogano lucido
circondato dal fumo
sporco dei lacrimogeni.
Ed uno strano pianista
deposti i sampietrini
suona imprevedibile
la sua serenata.
Sul suo capo
sassi e cose passano.
E una voce allarmata
oltre la barricata
piú in lá cento metri
"un pianoforte, attenti
puó essere nocivo".
Sorridono i compagni e la tensione cala
l'aria si fa piú dolce
sul legno lucente
si ammucchiano i pavé

Il pianoforte borghese
accompagna gli scontri
e si sorprende
piú giovane
in mezzo alla strada
guidato da un pianista
senza il frac.

Quegli spari che uccisero il movimento a Milano

— Inviato da nessuno @ 16:52

Questo articolo é una fotografia sfocata e un po' mossa. Meglio, un autoscatto sugli ultimi giorni di movimento a Milano. Quel movimento di Circoli proletari giovanili, contro il lavoro nero, per nuovi spazi di socialitá, che s'era sviluppato in forme articolate tra il 1975 e il 1976.

Nel '77 é giá finito, resta un'area di militanti incerti, frantumati, sul punto di rifluire o tentati dal "salto" alla lotta armata. Nella dinamica del corteo all'Assolombarda, il 12 marzo, nella discordia sul percorso e sugli obbiettivi, nella successione a scatti degli avvenimenti si dá a vedere l'impoverimento e la diaspora imminente. Si mostra in filigrana l'opposizione tra la violenza anche dura del movimento e il "discorso sulla guerra" che sará tipico delle organizzazioni combattenti.

Non eravamo rimasti in tanti a Milano, la gran parte degli autonomi se n'era andata dal giorno prima. L'appuntamento principale in quei giorni, per il movimento del '77 tutto intero, era la grande manifestazione indetta a Roma. Ma, anche in pochi, avevamo deciso di manifestare lo stesso. La morte di un compagno a Bologna, le autoblindo chiamate da Zangheri per presidiare la cittá vetrina del comunismo italiano, la manifestazione di Roma ci imponevano, quasi ci obbligavano a dovere scendere in piazza.

Anche se pochi, c'eravamo tutti: i comitati di "Senza Tregua", quelli di "Rosso", spezzoni di Lotta Continua, il collettivo del Casoretto e i residui dei Circoli giovanili. Loro, i circoli, erano stati per tutto il '76, fino alla battaglia-disfatta della Scala, il movimento egemone politicamente a Milano.

Il corteo quel 12 marzo del '77 non aveva nulla di allegro e festoso. Facce lunghe, incazzate. Tascapani pieni di bottiglie, e sotto gli spolverini intuivi e sapevi di armi. In un centro della cittá assolutamente vuoto e pieno di paura il corteo si muoveva con lentezza in cerca di obiettivi.

Ma stavolta non si poteva trattare del supermarket da espropriare o delle solite guardie giurate da disarmare. Ci avevano ammazzato un compagno a Bologna e di fronte a ció tutto ci sembrava inadeguato.

Intanto, sopra le teste i soliti slogan pieni di rabbia e di rancore. Le mani di pochi in aria a simboleggiare la pistola.

Noi di "Rosso" si era arrivati poco preparati, i "migliori", con relativo equipaggiamento, erano via. Ma si poteva stare fuori da un corteo nel '77? E allora dentro assieme agli altri.

C'era voluto un po' a rintracciare i ragazzi di Baggio, quelli della Siemens, Chicco con Bovisa. Non c'era uno che non avesse il fazzoletto sul viso. E poi ogni tanto di corsa giú per la cerchia dei Navigli. Fino a dove?

All'altezza di corso Monforte il corteo si era fermato bruscamente. Risalimmo velocemente per raggiungere la testa. E lí davanti a noi c'era la prefettura completamente circondata da reparti dei carabinieri armati di Winchester. Tra i responsabili dei vari gruppi dell'autonomia un parlare sommesso. Ci chiesero se noi di "Rosso" eravamo d'accordo nell'assaltare la Prefettura, con qualsiasi mezzo.

Ci bastó un attimo per capire che tutta quell'illegalitá che tanto avevamo fatto perché fosse parte del movimento si stava per ritorcere contro il movimento stesso: l'uso della forza non era piú al servizio di una contrattualitá conflittuale e violenta, ma stava per diventare dominio esclusivo di chi volesse abbandonare ogni possibilitá di lavoro politico di massa per scegliere la linea del combattimento e della clandestinitá.

Ma a quell'illegallitá, in quel momento, subito, bisognava dare uno sbocco diverso dalla prefettura, ma ugualmente violento. Una "via di fuga" che permettesse a "Rosso" di interloquire ancora con quel poco di movimento che esisteva a Milano, evitando lo scontro micidiale con i carabinieri.

"Noi di "Rosso", vogliamo manifestare sotto l'Assolombarda, uno dei motivi per cui oggi siamo qui é la protesta degli operai della Marelli contro la ristrutturazione. Non siamo d'accordo per un attacco allo Stato, non é nell'interesse dell'autonomia". "Non li vedete i fucili dei caramba, é una pazzia!".

Un po' di bestemmie, parolacce, spintoni. Finalmente il corteo reagí e si mosse. Era passata la parola d'ordine di andare all'Assolombarda.

Un respiro di sollievo e nella testa la netta sensazione di essere in un casino di portata colossale. Eravamo arrivati a un vicolo cieco. Come venirne fuori?

Ma giá eravamo di corsa per le strade in senso opposto, a sfuggire quello che la gran parte di noi quel giorno non aveva voluto. Noi di "Rosso" e quelli del Casoretto a tirare il gruppone. Finalmente davanti all'Assolombarda.

Contro quel palazzo vuoto e pieno di vetri ci scaricammo tutto quello che avevamo. Molotov a volontá, pistolettate e colpi di fucile. E i vetri della "casa dei padroni" venivano giú che era un piacere. "Brucia, ragazzo, brucia!", lo sentivamo dentro di noi. Poi via di corsa.

Si era consumato l'ultimo tentativo a Milano di legare la sovversione del movimento con gli spezzoni organizzativi dell'autonomia che da lí a poco sarebbero morti, stretti nella morsa di repressione e militarizzazione. Era l'ultimo corteo in cui si era mostrato il piú alto livello di scontro e persino di armamento senza l'attacco alle persone, agli uomini. Due mesi dopo, durante la manifestazione contro la repressione, fu ucciso l'agente Custrá: la linea di combattimento era passata all'interno del movimento.

Franco Tommei e Paolo Pozzi

(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )


Il socialismo dal volto emiliano lascia il passo ai carri armati.

— Inviato da nessuno @ 16:47

"Alla stazione, alle 7 di mattina, la polizia non era ancora arrivata, piú tardi una ventina di compagni scesi dal treno successivo verranno "sciolti" dalle forze dell'ordine.  Non appena ci siamo avvicinati al centro storico abbiamo visto i primi mezzi corazzati. Un M-113 di traverso sbarrava l'accesso a via Zamboni (nella zona dell'Universit), dietro si intravedono i reparti dei carabinieri con mitra spianati.

I funerali di Francesco si fanno in piazza della Pace, vicino allo stadio, nell'estrema periferia. Ci arriviamo con uno degli ultimi autobus prima dello sciopero. Ad ogni fermata salgono gruppi di studenti. Attorno a piazza Maggiore e nelle altre strade del centro sono schierati i reparti dei carabinieri, sui muri sono affissi gli avvisi del Prefetto che vietano "ogni assembramento".

In piazza ci sono giá migliaia di compagni: volti tesi, molti piangono. Rabbia e dolore, centinaia di pugni chiusi: il corteo funebre si avvia lentamente. "Dobbiamo metterci un'ora a fare la strada" dice con voce emozionata uno dei compagni che portano la bara, riferendosi alla provocazione di concedere solo trecento metri di percorso per il funerale. Gruppi di operai in tuta si uniscono, un vecchio partigiano, piangendo, mette sulla bara il suo fazzoletto dell'ANPI.

Ci si ritrova alle 14 nel quartiere proletario di S.Donato. All'entrata si schiera, in assetto di guerra, il battaglione "Padova" della PS. I compagni arrivano alla spicciolata, alla fine sono piú di 1500 su un prato.

L'elicottero della polizia sorvola a bassa quota e segnala la posizione degli "assembramenti". Il "Padova" si muove, la gente esce dai bar e dalle case e osserva agli incroci: era dal dopoguerra che S.Donato non veniva occupata militarmente. "La popolazione civile é invitata a tornare subito nelle case", ripete in continuazione un altoparlante della polizia: l'annuncio suona sinistro, il paragone con le truppe di occupazione naziste é immediato, ma la gente rimane sulla strada. I compagni decidono di sciogliersi e di andare in massa all'uscita delle fabbriche. Nella sezione di LC del quartiere si tiene una riunione di studenti medi: "compagni stringiamoci, cosí che tutti possano entrare, quelli che sono sulla strada si mettano sotto i cornicioni" dice qualcuno riferendosi all'elicottero che continua a ronzare in alto.

Davanti alle fabbriche ci sono molti studenti, alla Sasib siamo almeno 200; si formano grossi capannelli. Il confronto é serrato, molti degli operai che si fermano sono quadri del PCI, ma non ci sono solo loro. Si discute di tutto, di Bologna in stato d'assedio, delle "vetrine rotte dagli studenti", delle posizioni del PCI. L'elicottero avvista anche questo concentramento e compie molti giri a bassa quota. "Ecco contro chi lottiamo" dicono i compagni; qui ci si sente piú sicuri e si risponde con i gesti e con qualche slogan. "Vediamo se vengono a caricarci davanti alle fabbriche" dice uno studente e un altro aggiunge "aspettiamo che venga il buio per muoverci, cosí l'elicottero diventerá inutile".

Torniamo alla stazione, mentre centinaia di compagni cominciano a ritirarsi in piazza dell'Unitá. E' questo un problema fondamentale: dove ritrovarci con l'Universitá chiusa e con la polizia che carica ogni gruppo di piú di cinque persone? Nessuno peró si tira indietro, tutti fanno politica in prima persona: con gli operai erano in molti a parlare, non i soliti militanti. Lo stato d'assedio é pesante, senza precedenti, ma la risposta - cosí ci sembrava discutendone sul treno - é buona, anche se ancora insufficiente. Per ora sono solo gli studenti a opporsi, gli altri stanno a guardare. Per questo motivo il movimento ieri non ha scelto la strada dello scontro frontale, ma é andato dagli operai a cercare una discussione.

Mentre aspettiamo il treno vediamo l'elicottero volteggiare ancora sulla piazza dietro la stazione dove sono i compagni. Bologna é oggi un banco di prova, Cossiga vorrebbe fare cosí in tutta Italia. Su quello che succede in questi giorni a Bologna ci sará da discutere molto e a lungo. "

Due compagni di Roma


(AA.VV. - CARE COMPAGNE CARI COMPAGNI LETTERE A LOTTA CONTINUA - EDIZ. LOTTA CONTINUA 1978).


Le giornate di Marzo

— Inviato da nessuno @ 16:35

"La mattina dell'11 marzo a Bologna, Comunione e Liberazione tiene un'assemblea all'Istituto di anatomia dell'Universitá. Sono presenti circa 400 persone. All'entrata dell'aula si presentano cinque studenti di Medicina riconosciuti come aderenti al movimento. Il servizio d'ordine dei cattolici li malmena e li scaraventa fuori dall'aula. La notizia del fatto si diffonde facendo accorrere gruppi di compagni. Mentre i ciellini si barricano all'interno dell'Istituto, intervengono sul luogo polizia e carabinieri con cellulari, camion e gipponi. Partono quasi subito i primi candelotti lacrimogeni. I compagni scappano verso porta Zamboni.

Nell'inseguimento i carabinieri cominciano a sparare. Dal gruppo inseguito parte una molotov che centra una jeep bruciandola. In via Mascarella un altro gruppo di compagni che si sta dirigendo verso l'Universitá incontra una colonna di carabinieri che immediatamente caricano.

Partono le prime raffiche di mitra, poi da una pistola calibro 9 partono in rapida successione 6-7 colpi. Lo sparatore é un carabiniere che indossa una divisa senza bandoliera e un elmetto con visiera; prende la mira con precisione, appoggiando il braccio su una macchina. Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta Continua, molto conosciuto nell'ambito del movimento bolognese, sente i primi colpi e si volta mentre corre con gli altri; viene colpito alla schiena trasversalmente. Sulla spinta della corsa percorre altri dieci metri e cade sul selciato, sotto il portico di via Mascarella. "

La voce che un compagno é stato ucciso si sparge rapidamente. La polizia si ritira in questura. Alle 13,30 Radio Alice trasmette alla cittá la notizia. Tutto il movimento si concentra all'universitá, si alzano barricate in tutte le vie d'accesso e mentre la libreria di Comunione e Liberazione "Terra Promessa" viene distrutta, ogni facoltá si riunisce in assemblea. Si organizzano i servizi d'ordine e si decide che l'obiettivo politico da colpire é la Dc. Dall'Universitá parte un imponente corteo.

In via Rizzoli cadono decine di vetrine. Nei pressi della sede Dc la polizia si scontra con la testa del corteo. La coda viene attaccata con un fitto lancio di lacrimogeni. Il corteo si scioglie e si disperde nelle stradine laterali. Folti gruppi si dirigono alla stazione occupando i primi binari e scontrandosi nuovamente con la polizia. Altri gruppi nel frattempo si riconcentrano nella zona Universitaria. Per procurarsi i viveri viene saccheggiato il ristorante di lusso Cantunzein.
 (Continua)

Marzo

— Inviato da nessuno @ 16:31
Verso lo scontro

Alla fine del mese di febbraio il movimento sul piano nazionale é ormai esteso e ramificato anche nei piccoli centri di provincia. Moltissime sono le scuole medie superiori in stato di occupazione o di agitazione permanente dove si tentano forme di "autogestione" cioé di sperimentazione di uno studio collettivo sulle tematiche del movimento. A Roma i fascisti sparano ancora davanti a una scuola ferendo due studenti. A Torino, in risposta, un corteo del movimento attacca e incendia alcune sedi fasciste, nella polemica che ne segue con i militanti del Pci scoppiano risse e scontri. A Padova tutto l'ateneo é bloccato. A Perugia vengono occupate le facoltá umanistiche. Il 5 marzo c'é la manifestazione per Panzieri, un compagno che la sera prima era stato condannato a nove anni di galera per concorso morale nella morte di un fascista. Ecco la testimonianza di un compagno del movimento:
"Dopo la cacciata di Lama dall'universitá c'é un rilancio del movimento, una sua maggiore unitá e compattezza interna dovuta soprattutto al giudizio unanime dato sull'iniziativa provocatoria del Pci. É sulla base di questa compattezza che si riesce a promuovere un'occupazione a catena delle scuole. Per quanto riguarda i rapporti col Pci dentro l'universitá sono ormai limitate ad alcuni professori, che comunque mediano con noi del movimento. Di fatto peró le organizzazioni del Pci, come la Fgci e le cellule comuniste, non hanno piú nessuna possibilitá di parola all'universitá.
 (Continua)

Comunicato assemblea di movimento dopo gli scontri di Lama

— Inviato da nessuno @ 16:17
La responsabilità degli scontri odierni all'università ricade sull'iniziativa provocatoria ed estranea al movimento presa dal Pci, sotto una copertura sindacale unitaria, con il comizio di Luciano Lama.

A questa iniziativa il movimento aveva risposto con una proposta di confronto politico che consisteva in un'assemblea con la partecipazione dei collettivi d'occupazione. Questa proposta è stata respinta da uno schieramento di servizio d'ordine che ha occupato il piazzale dell'Università, cancellando scritte di lotta e provocando in vario modo I compagni del movimento.

Gli scontri sono cominciati con una prima carica del servizio d'ordine del Pci contro compagni che, in modo esplicitamente ironico e pacifico, manifestavano il loro dissenso nei confronti della politica dei sacrifici proposta da Lama. Dopo il primo assalto la situazione è degenerata in scontri violenti che si sono protratti fino all'uscita del servizio d'ordine del Pci dall'università. Il bilancio è di circa 70 feriti, di cui due gravi. Il movimento considera gravissimo quanto è accaduto. Scontri del genere, originati dalla chiara volontà di soffocare le lotte degli studenti e dei giovani disoccupati, non hanno precedenti di questa ampiezza nella storia del movimento operaio degli ultimi anni. Consideriamo positivo che a questa provocazione il movimento abbia saputo dare un'immediata risposta.

Contro queste degenerazioni il movimento si impegna a continuare le lotte sui suoi obiettivi nelle forme più appropriate e sin da ora diffida la polizia dal prendere pretesto da questa incursione esterna per rientrare di forza nell'Ateneo.

 (17 febbraio 1977)

Dice la Federazione romana del Pci:

— Inviato da nessuno @ 16:13


"La Federazione romana del Pci denuncia la gravità del fatto che gruppi di provocatori - ripetutamente isolati nei giorni scorsi dentro l'università dalle grandi masse studentesche e dai lavoratori docenti e non-docenti - siano ricorsi ai metodi tipici dello squadrismo fascista non essendo riusciti a impedire lo svolgimento della manifestazione sindacale cui hanno partecipato migliaia di lavoratori e di studenti…."


L'ama o non Lama non Lama nessuno

— Inviato da nessuno @ 17:43
La cacciata di Lama dall'Università


"Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell'Universitá erano giá formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po' attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani" (l'ala "creativa" del movimento composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile) Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell'ateneo: "I Lama stanno nel Tibet ".

Gli "indiani" dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati.

Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C'era scritto: "L'ama o non Lama". "Non Lama nessuno" e altri giochi di parole del genere. I sindacalisti e il servizio d'ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: "Sono goliardi, non bisogna farci caso" Qualcun altro invece giá alla vista del fantoccio si era innervosito: "É una provocazione inammissibile, Lama é un leader dei lavoratori".

Assiepati intorno alla Facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano, scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: "Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci". Ce l'avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti dell'astensione.

Alle 8.30, davanti alla Facoltà di Lettere c'è stato uno degli episodi chiave, rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone, infreddolite, preoccupate, una delegazione dell'intercollettivo universitario aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della Cgil-scuola. "Avevamo un appuntamento", hanno detto ore dopo si giornalisti, "per concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era quella dello scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al comizio". Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i rappresentanti dell'intercollettivo, all'appuntamento non è venuto. L'attesa si è prolungata per una mezz'ora, poi i quattro dell'intercollettivo, delusi, si sono mescolati alla folla.

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al "carroccio degli indiani" (ma c'erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d'ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. "Piú lavoro, meno salario", "Andreotti é rosso, Fanfani lo sará", "Lama é mio e lo gestisco io", "Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú baracche, meno case", "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia", erano gli slogan piú scanditi, parafrasi delle parole d'ordine delle manifestazioni e cortei della sinistra. Un gruppo cantava sull'aria di "Guantanamera": "Fatte 'na pera, Luciano fatte 'na pera". Una pera, nel gergo freak è una endovena di eroina.

I militanti del Pci erano a questo punto non più perplessi, ma dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: "Via, via, la nuova borghesia", "Pariolini, pariolini". Dall'altra parte, settori del movimento rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica: "Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo stato", "Via, Via, la nuova polizia".

E' stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il servizio d'ordine sindacale e del Pci stringeva dappresso "indiani", Collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato. Il punto di attrito più caldo era intorno al "carroccio" degli indiani: lì davanti era schierato il servizio d'ordine della federazione romana del Pci e i giovani della Fgci. Is indacalisti e i Consigli di fabbrica occupavano prevalentemente le "retrovie" e stavano sui bordi della grande fontana di piazza della Minerva.

Luciano Lama é entrato nell'Universitá con una grande puntualitá. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, é passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d'ordine ed é arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra le aiuole della facoltá di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite marce da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli "indiani".

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell'ortodossia comunista e quello della creativitá obbligatoria, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici: la pentola in ebollizione da un paio d'ore era ormai sul punto di scoppiare.

Il primo piccolo incidente è avvenuto ai bordi della fontana. Due Consigli di fabbrica vicini ad Autonomia Operaia si sono fatti largo per aprire i loro striscioni; rintuzzati dal servizio d'ordine dei sindacati stavano per venire alle mani. C'è stato un intervento di alcuni ragazzi del Pdup e la calma è tornata per poco.

Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano piú violenti. "Il Corriere della Sera ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si é sbagliato, noi siamo qui ... ".

Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d'ordine del Pci c'é stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice é piovuta sulla testa della gente. É partita allora una carica per espugnare il carroccio degli indiani. Travolta "l'ala creativa" del movimento, il servizio d'ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama, é entrato in contatto con l'ala "militante". Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio é tornato in mano agli occupanti dell'Universitá che lo hanno usato come ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d'ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma é stata il segnale di partenza della rissa piú selvaggia.

Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltá di Lettere, contro il servizio d'ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d'asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10,30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno giá piangeva urlando. "Basta, basta, non ci si picchia fra compagni". Dopo Lama saliva sul palco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. "Compagni" ha tuonato, "la manifestazione é sciolta. Non accettiamo provocazioni". L'ultima parola é stata quasi un segnale. Un'ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d'ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion é stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse.

A gruppi di due o tre, di dieci quindici persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del Pci e dei sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese e sassate. Una rissa tragica, violentissima. Con gente che piangeva, che imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei Collettivi non sono andati all'ospedale perché temevano denunce). La Facoltà di Lettere era trasformata in una infermeria, i militanti del Pci venivano portati di corsa al Policlinico.

La calma dentro l'Ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti dall'Università,si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro gruppo si riuniva in assemblea a Geologia e stilava una mozione: "La responsabilità degli scontri ricade sull'iniziativa provocatoria ed esterna al movimento presa dal Pci sotto una copertura sindacale unitaria...". In sostanza tutto l'Intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che era accaduto, anche se fino a poche ore prima c'era stata la violenta polemica fra l'ala di Autonomia e il resto del movimento.

Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall'Università da una cancello secondario. Aveva già chiesto l'intervento della polizia.

Per qualche ora c'è stata una pausa, come se i contendenti dovessero tirare il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l'assemblea dei Collettivi, alle 16.30, fuori dall'Ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e dei carabinieri. Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi, automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo.

Colonne di jeep, camion, "pantere", pullman di carabinieri hanno riempito rapidamente i viali intorno all'Università. Una sola strada è rimasta libera, quella dell'0uscita di via de' Lollis, unica via di scampo per gli "assediati".



Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i cancelli. In testa un autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de' Lollis verso le 18.15.

Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai Collettivi due giovani militanti di Lotta Continua sono stati picchiati dal servizio d'ordine della Fgci e del Pci fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.

Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione nazionale in settimana, assemblee nelle scuole. Gli interventi, brevi, incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la necessità di darsi una forma di organizzazione "perché la sovranità dell'assemblea e delle sue decisioni venga rispettata". Ha parlato anche un giovane della Fgsi che ha espresso solidarietà ai Collettivi e ai Comitati di lotta contro la riforma Malfatti.

Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate. Ad Economia e Commercio e Architettura, le due facoltà fuori dalla città dell'Ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. E' stata votata una mozione: dopo aver ribadito che il movimento "è stato fatto bersaglio di un'offensiva dell'apparato dello Stato e del gruppo dirigente del Pci" si afferma che "è incorso da parte della borghesia italiana guidata dal governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei giovani". Gli obiettivi del movimento sono" "Ritiro del progetto Malfatti; sciopero generale nazionale contro il governo". "Il movimento", è scritto nel documento, "sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica dei sacrifici". Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio alle 17, "pacifica e di massa".

(di Carlo Rivolta - "La Repubblica", 19 febbraio 1977)                                                         


La cacciata di Lama dall'università: testimonianze #2

— Inviato da nessuno @ 17:38

Una militante della Fgci:

"Noi della Fgci prima della giornata di Lama avevamo fatto una riunione in cui si era discusso su come intendevamo quella scadenza. Noi vivevamo l'occupazione dell'universitá, e piú in generale 1'esistenza stessa del movimento come una grande provocazione a cui dovevamo dare una risposta. Noi all'universitá non avevamo mai avuto vita facile perché aggregavamo pochissima gente e perché c'era sempre stata una grande conflittualitá, con i militanti dei gruppi in una prima fase e con la gente del movimento poi. Indubbiamente consideravamo il movimento come il nemico. All'interno del Pci questa storia del movimento la vivevamo, il partito ce la faceva vivere come una cosa che metteva in discussione la democrazia, la responsabilitá delle masse ecc.

Il movimento noi lo intendevamo come un aggregato confuso di giovani fatto un po' sull'onda delle mode estremiste, impregnato di cultura estremista e anticomunista. Un movimento di giovani in cui quello che spiccava era l'irrazionalitá. All'interno del Pci si credeva alla distinzione tra autonomia operaia come componente specifica di gruppi piú o meno organizzati e il resto del movimento. Questa é una cosa che abbiamo capito dopo, ed é stato un grave errore perché questa incomprensione ha permesso di regalare quasi tutto il movimento alle frange dell'autonomia.

Ricordo la grossissima manifestazione del 12 marzo, che noi del partito abbiamo visto dai marciapiedi: era una cosa impressionante, era un corteo enorme, erano davvero tanti. Le manifestazioni del movimento, indipendentemente da quello che si diceva in sezione, mi suggestionavano molto perché vedevo tutti quei giovani come me, soltanto ideologicamente diversi, che sfilavano a migliaia e migliaia gridando slogan bellissimi, riusciti, pieni di carica. Tutto questo ti faceva un grosso effetto.

Nella sezione del partito che frequentavo si discuteva del movimento, ma non é che lí i giovani fossero molti, la maggior parte erano funzionari o insegnanti, qualche operaio, peró non erano giovani, erano gente con i figli, gente sposata, con un lavoro regolare, con una vita regolare. Nelle discussioni noi dovevamo farci carico della difesa di un patrimonio storico che il movimento in quel momento stava attaccando, per cui non poteva che vivere quel rapporto in termini di conflitto, loro erano il nostro nemico e c'era l'odio, ma questo ovviamente da tutte due le parti.

C'era all'interno del partito un continuo ribadire l'irresponsabilitá del movimento. La nostra posizione era che la politica la fa chi ha il senso della storia, chi ha il senso critico, chi ha il patrimonio delle masse. Il movimento per noi non faceva parte della sinistra, e non abbiamo minimamente capito quello che sarebbe successo dopo. Non abbiamo capito che quel movimento poneva delle questioni di fondo mentre noi lo consideravamo come un fenomeno giovanilistico tipico di chi approccia la politica in modo irrazionale e passionale. Comunque noi avevamo la certezza che le masse erano con noi, le masse organizzate che parlavano del contratto, che facevano il discorso del lavoro, che avevano vissuto dei momenti difficili rispetto ai quali avevano difeso il terreno della democrazia.

Noi della Fgci facevamo dei corsi in sezione per la formazione dei quadri politici, una grossa parte dello studio era concentrata sui testi classici contro 1'estremismo. Questo perché i dirigenti del partito si rendevano conto della suggestione, del fascino che 1'estremismo, diffuso un po' ovunque e soprattutto nelle scuole, esercitava sui giovani. Tra noi e il movimento é nato un rapporto di odio, di odio profondo causato dall'accrescersi e dall'accumularsi di incomprensioni dovute a culture diverse, ma anche a comportamenti e a forme di vita diverse.

La mattina di Lama all'universitá mi ricordo che quelli del movimento ci tiravano le cinque lire, questa cosa mi ha fatto malissimo, me la ricordo come una cosa molto brutta. Ci tiravano le cinque lire addosso, era una cosa micidiale per chi la subiva, é stata una cosa pesantissima. Siamo arrivati e ci siamo messi sotto il camion attrezzato come palco. C'era il muro del nostro servizio d'ordine e quelli del movimento che premevano. A un certo punto sono cominciate a volare le cose, le botte, le bastonate, ma io la cosa che ricordo di piú é che mi deridevano, mi sputavano addosso e mi tiravano le cinque lire. Sono rimasta annichilita e mi sono resa conto del livello di odio che il movimento aveva contro di noi.

Non sono scappata mentre c'erano gli scontri e ho anche preso delle botte, una sassata qui nella schiena. Mi sono incazzata con i miei compagni che scappavano perché pensavo che se avevamo deciso di andare all'universitá era per restarci. Se era un momento di lotta allora bisognava lottare fino in fondo, non scappare. Invece a un certo punto c'é stato il fuggi fuggi generale.



Poi nei giorni successivi, dentro il partito, ce la siamo presa con i compagni della cellula universitaria che ci avevano riferito la situazione interna all'universitá in modo sbagliato. Erano venuti in federazione a dire che all'universitá non c'era un movimento ma dei gruppi provocatori, una situazione che andava assolutamente normalizzata, che la cosa era possibilissima. Ufficialmente noi del Pci siamo andati all'universitá per evitare l'irreparabile, questo abbiamo detto e ci siamo detti, cioé per evitare l'intervento della polizia per lo sgombero, e gli inevitabili scontri che ne sarebbero seguiti. Non avevamo capito che su quella situazione non avevamo non dico 1'egemonia ma nemmeno un briciolo di prestigio, che non avevamo in sostanza la minima legittimitá."

(PRIMO MORONI/NANNI BALESTRINI - L'ORDA D'ORO - SugarCo 1988 )

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