prendre parti

Wendell P. Blooyd

— Inviato da nessuno @ 12:57
Prima mi incastrarono con l'accusa di condotta immorale,
non c'era alcuno statuto sulla blasfemia.
Poi mi rinchiusero come pazzo
dove fui picchiato a morte da una guardia cattolica.
La mia offesa era questa:
dicevo che Dio mentì ad Adamo, e lo destinò
a trascorrere una vita da stolto,
ignorando che al mondo c'è il male così come c'è il bene
E quando Adamo mise nel sacco Dio mangiando la mela
E vide oltre la menzogna,
Dio lo cacciò fuori dall'Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della vita immortale.
Cristo Santo, voi gente di buon senso,
ecco quello che Dio stesso dice nel libro della Genesi:
"E il Signore Iddio disse: ecco che l'uomo
è diventato uno di noi" (un po' d'invidia, vedete)
"a conoscere il bene e il male" (la bugia che-tutto-è-bene smascherata)
"E allora, perchè non allungasse oltre la mano a prendere
e mangiare anche dall'albero della vita, e non vivesse in eterno:
per questo il Signore Iddio lo scacciò dal giardino dell'Eden".
(La ragione per cui, credo, Dio crugifisse Suo Figlio
per tirarsi fuori da quel brutto pasticcio, è che è proprio da par Suo)

Il nostro bisogno di consolazione

— Inviato da nessuno @ 12:12

Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.

Cosa stringo allora tra le mie braccia?

 (Continua)

Dipplod l'ottico

— Inviato da surreale @ 13:20
- Che cosa vedi adesso?
Globi rossi, gialli, viola.
Un momento! E adesso?
Mio padre, mia madre e le mie sorelle.
Sì! E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, volti gentili.
Prova queste.
Un campo di grano - una città.
Molto bene! E adesso?
Molte donne con occhi chiari e labbra aperte.
Prova queste.
Solo una coppa su un tavolo.
Oh, capisco! Prova queste lenti!
Solo uno spazio aperto - non vedo niente in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo estivo.
Così va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggimene una pagina.
Non posso. I miei occhi sono trascinati oltre la pagina.
Prova queste.
Profondità d'aria.
Eccellente! E adesso?
Luce, solo luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo.
Molto bene, faremo gli occhiali così.-


L'ultimo

— Inviato da surreale @ 18:10


Ormai natale è vicino.
Alberto ed io camminiamo spalla contro spalla nella lunga schiera grigia, curvi in avanti per resistere meglio al vento.
e' notte e nevica; non è facile mantenersi in piedi,  ancora più difficile mantenere il passo e l'allineamento: ogni tanto qualcuno davanti a noi incespica e rotola nel fango nero, bisogna stare attenti a evitarlo e a riprendere il nostro posto in fila.

 

 (Continua)

IL CAVALIERE DEL SECCHIO

— Inviato da surreale @ 16:01

[Prima versione: quaderno in ottavo B, fine dicembre 1916. Traduzione secondo l’edizione definitiva curata da Kafka e pubblicata sulla rivista Prager Presse, anno 1, n. 270, edizione del mattino del 25 dicembre 1921, supplemento natalizio, p. 22:]

Consumato tutto il carbone; vuoto il secchio; inutile la pala; la stufa che respira aria gelida; la stanza gonfia di gelo; davanti alla finestra, gli alberi rigidi nella brina; il cielo, uno scudo d’argento contro chi cerca da lui un aiuto. Devo procurarmi del carbone; non posso certo morire congelato; dietro di me la stufa impietosa, impietoso il cielo davanti a me; perciò devo andare al trotto in mezzo a loro, e nel frattempo, cercare aiuto dal carbonaio. Questi però è ormai indurito contro le mie solite preghiere; devo dimostrargli con chiarezza che non ho più neppure la più piccola particella di carbone, e che dunque lui rappresenta per me il sole nel firmamento. Devo arrivare come il mendicante intenzionato a morire sulla soglia rantolando di fame, e al quale perciò la cuoca si decide a lasciare i fondi dell’ultimo caffè; similmente il carbonaio, pur schiumante di rabbia, ma sotto il raggio del comandamento "Non uccidere!", dovrà scaraventarmi nel secchio un’intera badilata.

Già il mio decollo sarà decisivo; e dunque mi metto a cavalcare sul secchio. Da cavaliere del secchio, la mano in alto sull’impugnatura, che è la briglia più semplice, scendo con difficoltà le curve della scala; quando però sono giù, il mio secchio allora sale splendido, splendido; i cammelli sdraiati bassi per terra, quando il bastone del padrone li incita, non si sollevano con maggiore eleganza. Trottando a velocità adeguata percorro le strade congelate; spesso mi sollevo fino all’altezza del primo piano; non scendo mai fino alle porte d’ingresso. E a straordinaria altezza mi libro sulle arcate della cantina del carbonaio, dove questi sta rannicchiato laggiù al suo tavolino scrivendo; per lasciar defluire l’eccessivo calore ha aperto la porta.

"Carbonaio!" grido con voce arsa e arrochita dal freddo, avvolto dalle nuvole di vapore del mio respiro, "per favore carbonaio, dammi un po’ di carbone. Il mio secchio ormai è tanto vuoto che ci posso cavalcare sopra. Sii buono. Appena posso te lo pago."

Il carbonaio mette la mano all’orecchio. "Ho sentito bene?" chiede da sopra la spalla a sua moglie, che lavora a maglia vicino alla stufa, "ho sentito bene? Ci sono clienti."

"Io non sento proprio niente", dice la donna, respirando tranquilla sopra i ferri, piacevolmente riscaldata sulla schiena.

"Oh sì", grido io, "sono un cliente, un vecchio cliente, un cliente fedele, solamente, per il momento impossibilitato a pagare."

"Moglie", dice il carbonaio, "è così, c’è proprio qualcuno; non posso ingannarmi fino a questo punto; dev’essere un vecchio, un vecchissimo cliente se sa toccarmi così profondamente il cuore."

"Che ti prende, marito?" chiede la donna, e riposandosi un attimo preme sul petto il suo lavoro a maglia, "non c’è proprio nessuno; il vicolo è vuoto; tutti i nostri clienti sono stati riforniti; potremmo anche chiudere il negozio per giorni interi e riposarci."

"Ma io sono qui, seduto sul secchio" grido, e lacrime insensibili di freddo mi velano lo sguardo, "per favore, guardate in su; mi troverete subito; vi prego, datemi una palata di carbone; e se me ne darete due, mi farete felice oltre misura. In fondo, tutti gli altri clienti sono riforniti. Ah, se lo sentissi già risuonare nel secchio!"

"Vengo", dice il carbonaio e con le sue gambe corte vorrebbe già salire le scale della cantina, ma la moglie gli è già vicina, lo ferma prendendogli il braccio e dice: "Resta qui. Se non la finisci con questa idea, salirò io stessa. Ricordati che tosse hai avuto stanotte. Per un affare, e per di più immaginario, dimentichi moglie e figli e metti in pericolo i tuoi polmoni. Vado io." "Allora però digli tutti i tipi di carbone che abbiamo in magazzino; io da sotto ti dirò i prezzi." "Va bene", dice la moglie, e sale nel vicolo. Naturalmente mi vede subito.

"Signora carbonaia", grido, "i miei saluti più devoti; solo una palata di carbone; subito qui nel secchio; me la porto a casa da solo; una palata del peggiore. Naturalmente la pago a prezzo intero, non subito però, non subito." Che suono di campane, nelle due parole "non subito", e come disorienta il loro mescolarsi con le campane serali che proprio ora cominciano a suonare dal vicino campanile.

"Allora, cosa vuole?" grida il carbonaio. "Niente", gli risponde la moglie, "non c’è nessuno; non vedo nessuno, non sento nessuno; solo hanno suonato le sei e noi chiudiamo il negozio. Il freddo è terribile; c’è da prevedere che domani avremo molto lavoro."

Non vede niente e non sente niente; però scioglie il grembiule e agitandolo cerca di soffiarmi via. Purtroppo ci riesce. Il mio secchio ha tutti i vantaggi di qualsiasi buon animale da cavalcare; ma non ha capacità di resistenza; è troppo leggero; basta il grembiule di una donna per cacciarlo a gambe levate.

"Cattiva!" le grido dietro, mentre lei, voltandosi verso il negozio, agita la mano in aria un po’ sprezzante, un po’ soddisfatta di se stessa, "cattiva! Ti ho chiesto una palata di carbone del peggiore e tu non me l’hai data." E dicendo così salgo nelle regioni delle montagne di ghiaccio e mi perdo per non tornare mai più.


Frank Drummer

— Inviato da surreale @ 19:23
 Fuori di una cella in questo spazio oscurato -
 la fine a venticinque anni!
 La mia lingua non riusciva a pronunciare ciò che si agitava dentro di me
 e il villaggio mi prese per matto.
 Eppure all'inizio c'era una visione chiara,
 un alto e urgente proposito nella mia anima
 che mi spingeva a cercare di imparare a memoria
 L'Enciclopedia Britannica!.

Justine...

— Inviato da surreale @ 23:34
«Questi sono sistemi assurdi che ti trascineranno prima o poi in un ospizio, figlia mia!» disse la Dubois aggrottando le sopracciglia. «Credimi, lascia perdere la giustizia celeste, i suoi castighi o le ricompense future; son cose fatte per esser dimenticate quando si lascia la scuola o si finisce per morir di fame se, una volta fuori di lì, si è così sciocchi da crederci ancora. La durezza dei ricchi rende legittima la ribalderia dei poveri, bambina mia; s'apra la loro borsa ai nostri bisogni, regni pure l'umanità nel loro cuore, e allora sì che le viri potranno stabilirsi nel nostro! Ma finché la nostra sventura, la nostra sopportazione, la nostra buonafede, la nostra servitù non faranno altro che raddoppiare le nostre catene, i nostri crimini saranno opera loro e noi saremmo proprio stupidi a non commetterli solo per attenuare un po' il giogo con cui ci opprimono. La natura ci ha fatti nascere tutti uguali, Sophie; se il destino si diverte a sconvolgere quel piano originario delle leggi generali, noi dobbiamo correggerne i capricci e riparare con la nostra scaltrezza alle usurpazioni dei più forti... divertente ascoltarli, i ricchi, i giudici, i magistrati, è divertente vederli predicare la virtù; è difficile, oh sì, proteggersi dal furto quando si possiede tre volte più di quanto serva per vivere; è proprio difficile non concepire mai l'assassinio quando si è circondati solo da adulatori o schiavi sottomessi; è enormemente arduo in verità essere temperanti e sobri quando si è ebbri di voluttà e circondati dai cibi più succulenti; e che fatica esser leali quando non si ha alcun interesse a mentire! Ma noi, Sophie, noi condannati dalla provvidenza barbara, che tu follemente hai elevato a tuo idolo, a strisciare sulla terra come il serpente nell'erba, noi visti con disprezzo perché poveri, noi umiliati perché deboli, noi che infine sulla faccia della terra raccogliamo solo fiele e spine, come vuoi che ci asteniamo dal crimine, l'unica mano che ci apra la porta della vita, ci mantenga, ci conservi o ci impedisca di perderla! Come vuoi che per noi eternamente sottomessi e umiliati, mentre una classe di gente spadroneggia ed ha per sé tutti i favori della fortuna, come vuoi che per noi ci sia solo pena, solo abbattimento e dolore, solo bisogno e lacrime, solo infamia e condanna! No, no Sophie, no! o quella provvidenza da te venerata merita il nostro disprezzo, o non sono queste le sue intenzioni... Conoscila meglio, Sophie, conoscila meglio e convinciti the, poiché essa ci mette in una situazione in cui il male diventa necessario per noi e nello stesso tempo ci offre la possibilità di esercitano, vuol dire che questo male serve alle sue leggi come il bene e che essa ricava tanto dall'uno quanto dall'altro. Lo stato in cui essa ci crea è l'uguaglianza; colui che lo turba non è più colpevole di colui che cerca di ristabilirlo, perché ambedue agiscono sulla base di impulsi ricevuti, ambedue devono seguirli, bendarsi gli occhi e rallegrarsene.»

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